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Telling the bees: un’antica tradizione europea tra alveari e aldilà

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“Dirlo alle api” (in inglese Telling the Bees) rappresenta un rituale folkloristico di origine europea, in particolare diffuso in Inghilterra e Galles, che prevede l’annuncio alle api degli eventi familiari significativi, come lutti, matrimoni e nascite, affinché questi insetti partecipino emotivamente e continuino a prosperare. Documentato fin dal XVII secolo, è emerso come comune pratica durante il XIX secolo, prima di registrare un declino nel Novecento, pur mantenendo una sua riscoperta in chiave simbolica in tempi recenti. In vari testi folkloristici dal 1800 troviamo rimandi a questa usanza, incluso il costume di offrire vino e miele o dolci rituali alle api durante i funerali o i matrimoni. Numerosi poeti e scrittori, tra cui John Greenleaf Whittier, sono stati influenzati da questa tradizione, scrivendo opere che riflettono il legame culturale tra uomini e api. La forte convinzione che le api reagissero alle emozioni umane è alla base del rito, indicante una loro considerazione come membri della famiglia, portatori di fortuna e prosperità. Nella tradizione, le api erano considerate messaggere del mondo soprannaturale, con una storia che le colloca come accompagnatrici delle anime nel passaggio verso l’aldilà. Il rituale si svolgeva in modo solenne dopo un lutto, con l’erede che informava le arnie in modo rispettoso e drappeggiava le arnie di nero, segno di lutto. In caso di eventi lieti, gli apicoltori presentavano formalmente i nuovi membri della famiglia, ad esempio spose o neonati, alle api, per favorire accettazione e fortuna. La trascuratezza nel comunicare eventi alle api era ritenuta funesta, con credenze che promettevano malattie o la fuga degli sciami per mancanza di rispetto. Nel Novecento, “dire alle api” ha visto un declino, ma non è scomparso del tutto; modeste espressioni di questo rito sopravvivono come segni di rispetto piuttosto che superstizione. Recenti movimenti eco-spirituali hanno riscoperto l’importanza di questa usanza come forma di connessione con la natura, evidenziando l’armonia intercorrente tra uomo e ambiente. La praticalità della tradizione, legata al benessere delle api, rifletteva un’attenzione alla cura e alla sensibilità necessarie per mantenere viva la relazione tra l’apicoltore e il suo alveare. Questo gesto di comunicazione con le api rappresenta un'affermazione della dignità di ogni forma di vita e sottolinea il bisogno di integrare il mondo naturale nella nostra esistenza.

Telling the bees: un’antica tradizione europea tra alveari e aldilà
Telling the bees: un’antica tradizione europea tra alveari e aldilà

«Dirlo alle api» (in inglese Telling the Bees) è un antico rituale folcloristico diffuso in varie parti d’Europa, secondo cui il padrone delle arnie deve “annunciare” alle proprie api gli eventi importanti della famiglia, in particolare i decessi, ma anche nozze e nascite, affinché esse partecipino al lutto o alla gioia e continuino a prosperare. Questa usanza è attestata soprattutto nelle campagne dell’Inghilterra e del Galles, ma era praticata anche in Irlanda, Francia (specie in Bretagna), Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Boemia e perfino in alcune regioni degli Stati Uniti, portata dai coloni europei. Le prime tracce scritte risalgono almeno al XVII secolo, ad esempio l’erudito inglese Edward Topsell nel 1621 fece un’allusione a questa credenza, e indicano che già allora si considerava fondamentale informare le api di un lutto familiare. Nel corso del XIX secolo la pratica era abbastanza comune da essere riportata in molte raccolte di folklore e opere letterarie, prima di iniziare un declino nel Novecento; ciononostante, non è mai scomparsa del tutto ed è stata riscoperta in chiave simbolica e spirituale in tempi recenti.

Fonti storiche, letterarie e folkloriche

Molti folkloristi ottocenteschi documentano il rituale del “dire alle api”. Una corrispondenza del 1852 sulla rivista Notes and Queries riferisce che nel Devon (Inghilterra sud-occidentale) l’usanza era “comune tra i piccoli agricoltori”: se durante un funerale ci si fosse scordati di avvisare le api, bisognava mandare qualcuno indietro apposta a farlo, e quel giorno si usava lasciare davanti agli alveari un po’ di vino e miele come offerta. Nelle campagne del Lincolnshire si credeva che alle nozze e ai funerali si dovesse dare alle api un pezzo della torta nuziale o un biscotto funebre (dolci tradizionali di quei riti) mentre venivano informate dell’evento, altrimenti gli insetti si sarebbero indignati e avrebbero smesso di produrre miele, o addirittura sarebbero morti. In Bretagna, allo stesso modo, si riteneva che durante un matrimonio le arnie dovessero essere decorate con un drappo rosso scarlatto, e magari perfino portate in processione, affinché le api “partecipassero ai festeggiamenti”; in caso contrario avrebbero abbandonato l’alveare per protesta. Non a caso ancora negli anni ’50 del Novecento un articolo di giornale scozzese descriveva l’usanza di addobbare le arnie nel giorno di un matrimonio e di lasciare persino una fetta di torta nuziale accanto ad esse.

Poeti e scrittori hanno spesso attinto a questa tradizione popolare. Il poeta americano John Greenleaf Whittier nel 1858 pubblicò sulla rivista Atlantic Monthly il celebre componimento Telling the Bees, ispirato a un episodio locale di api “messe a lutto” per la morte di una ragazza. Nella poesia, una giovane domestica veste di nero le arnie cantilenando «The master’s dead, but don’t you go; Your mistress will be a good mistress to you», cioè “Il padrone è morto, ma non andatevene; la padrona vi tratterà bene”. Whittier aggiunse una nota introduttiva spiegando che questo rito, “un tempo diffuso” nelle campagne del New England, era stato portato in America dagli immigrati “dal Vecchio Paese” (ossia dall’Europa), segno che già a metà Ottocento la tradizione stava sbiadendo e doveva essere spiegata ai lettori. In precedenza anche l’inglese Soame Jenyns (memorandista e apicoltore vittoriano) ne aveva parlato: nel suo manuale A Book about Bees (1886) raccomandava di dare la notizia alle api a mezzanotte e di appendere un lembo di stoffa nera su ciascun alveare in segno di lutto, lasciandovelo per un mese intero. In un romanzo boemo del 1855, Babička (“La nonna”) di Božena Němcová, la protagonista prima di morire chiede ai parenti: «Quando morirò, non dimenticate di dirlo alle api, affinché non muoiano!», a riprova di quanto fosse radicato questo costume nell’Europa centrale rurale.

Il significato simbolico delle api nella cultura europea

Al fondo del rito di “parlare alle api” vi è l’idea che l’alveare non sia un semplice allevamento di insetti, ma una comunità quasi familiare, dotata di sensibilità e perfino connessa al mondo soprannaturale. In molte tradizioni europee si credeva infatti che le api percepissero le emozioni umane e reagissero ai cambiamenti nel nucleo domestico. Era buona norma parlare alle api con rispetto ogni giorno, non insultarle mai né alzare la voce in loro presenza: in alcune regioni di lingua francese si diceva che non bisogna chiamarle bestie né dire che “crepano” ma solo che “muoiono”, riservando loro lo stesso riguardo di una persona. Si riteneva inoltre che le api portassero fortuna e protezione alla casa, purché trattate come membri della famiglia: uccidere deliberatamente delle api era tabù e avrebbe attirato sventure, mentre prendersene cura era segno di prosperità per la famiglia e la comunità.

Le api occupano un posto speciale nell’immaginario spirituale occidentale. Fin dall’antichità classica esse sono viste come messaggere tra il nostro mondo e l’aldilà: per i Greci e i popoli del Mediterraneo antico l’ape era un insetto sacro associato alla Grande Madre e ai misteri della vita e della morte. Tombe micenee a thòlos avevano forma di alveare e decorazioni di api, e un mito cretese narrava che il neonato Zeus fu nutrito con miele dalle sacerdotesse-ape (Melissai) in una grotta sacra sul monte Ida. In molte leggende dell’Europa celtica e germanica, l’ape compare come psicopompo, cioè accompagnatrice delle anime: si diceva ad esempio che se una ape entrava in casa dopo un decesso, era il segno dello spirito del defunto in visita. Una credenza bretone sosteneva che le api potessero trasmettere messaggi ai morti, bastava confidare loro le parole e queste sarebbero state recapitate nell’aldilà. Nel folclore irlandese, addirittura, il mancato annuncio di una morte poteva avere conseguenze funeste: un racconto narra di una donna convinta che la morte in parto della propria figlia fosse dovuta al fatto di non aver avvisato le api della precedente scomparsa del marito, allora loro custode.

Le api venivano considerate anche creature pure e benedette. Secondo un racconto catalano, le api chiesero a Dio una ricompensa per la cera che brucia sugli altari: Dio negò loro la “casa d’oro” e il pungiglione mortale che pretendevano, ma concesse comunque un’arma (il ferrone) che però non uccide l’uomo e fece sì che la loro dimora fosse costruita con cera, materiale umile ma adatto ai sacri usi liturgici. In effetti cera d’api e miele sono da millenni ingredienti fondamentali di rituali e festività. Nella liturgia cristiana solo la cera d’api pura è considerata degna di ardere sugli altari: un tempo i feudatari esigevano ingenti tributi di cera dagli apicoltori, poiché serviva per le numerosissime candele votive accese durante messe, pellegrinaggi, funerali e altre funzioni sacre. Il miele, dal canto suo, era ritenuto un cibo incorruttibile e dalle proprietà quasi magiche. Presso i Celti l’inebriante idromele (liquore fermentato di miele) era la bevanda dell’immortalità servita nei banchetti dell’Altro Mondo, nelle leggende dell’Irlanda si parla di fiumi di latte e miele che scorrono nel paradiso di Tír na nÓg, dove “abbondano miele e vino / e la morte e la decadenza non vedrai”. Anche in molte consuetudini popolari più recenti troviamo echi di questa sacralità: ad esempio, nella tradizione contadina dell’Europa orientale era usanza offrire pane e miele agli spiriti degli antenati durante particolari ricorrenze, oppure dare un cucchiaino di miele ai neonati per assicurare loro la dolcezza della vita. Le api, in virtù del miele che producono e della luce delle loro candele, sono dunque simbolo di vita, prosperità e purezza, e “dialogare” con loro significava metaforicamente comunicare con le forze naturali e ultraterrene insieme.

Il rito del «parlare alle api»: svolgimento e varianti

“The Widow, Telling the Bees” di C. Napier Hemy (1895).
“The Widow, Telling the Bees” di C. Napier Hemy (1895).

Una vedova e il suo bambino informano le api di famiglia della morte del capofamiglia, drappeggiando le arnie a lutto. Dipinto “The Widow, Telling the Bees” di C. Napier Hemy (1895).

Nel rituale tradizionale, quando avveniva un lutto in famiglia, specialmente la morte del proprietario degli alveari, bisognava recarsi all’apiario immediatamente dopo il decesso (comunque prima del funerale) e dare la notizia alle api in maniera solenne. La vedova o l’erede si avvicinava a ciascuna arnia individualmente, bussando piano sul legno o sulla paglia per attirare l’attenzione degli insetti (talora usando come battente la chiave di casa). Quindi, a bassa voce, pronunciava la formula d’annuncio, che variava da zona a zona: sovente era una frase semplice, ad esempio “Il padrone è morto”, oppure un piccolo orazione in rima. In Inghilterra era diffusa la formula: “The master’s dead, but don’t you go; your mistress will be a good mistress to you”, “Il padrone è morto, ma non andatevene; la nuova padrona si prenderà cura di voi”. In Germania è attestata una versione analoga in dialetto: “Immen, inke Här es dout!”, “Api, il vostro signore è morto”, oppure “Piccola ape, il nostro caro è morto, non lasciarmi nel mio dolore”. Nel caso in cui a morire fosse proprio il custode delle api, l’atto rituale si caricava di ulteriore pathos: in alcune zone (ad es. sui Pirenei) si usava addirittura sollevare di qualche centimetro ogni arnia e poi riappoggiarla a terra in simultanea col passaggio del corteo funebre, come a far “partecipare” anche le api all’ultimo saluto. In genere, comunque, dopo aver bussato e parlato alle api, il nuovo responsabile degli alveari poteva anche invitarle simbolicamente al funerale, lasciando accanto alle casette un piccolo rinfresco “di cortesia”, tipicamente un pezzo di pane o biscotto funebre imbevuto di vino.

Elemento fondamentale era il “mettere in lutto” gli alveari. Subito dopo l’annuncio, ogni arnia veniva drappeggiata di nero: si usava appendere un nastrino o un pezzo di stoffa nera all’ingresso, oppure addirittura coprire l’intera arnia con un velo scuro. Questo segno visibile aveva una duplice funzione: da un lato serviva a “far capire” alle api che era avvenuta una disgrazia e che dovevano per così dire partecipare al lutto restando calme e producendo meno (proprio come le persone sospendevano le attività quotidiane durante il periodo funebre); dall’altro lato il drappo nero segnalava alla comunità degli umani che quella famiglia era colpita dal lutto. Si lasciavano passare alcuni giorni, o secondo Jenyns addirittura un mese intero, prima di rimuovere i segni di lutto dalle arnie. In tempi più recenti, ad esempio alla morte della regina Elisabetta II nel 2022, il suo apicoltore ufficiale ha seguito scrupolosamente il rituale: ha dato tre colpi leggeri su ciascun alveare e ha sussurrato “La padrona è morta, ma non andatevene. Il vostro nuovo padrone sarà buono con voi”, poi ha legato un fiocco di nastro nero su ogni arnia dei giardini reali di Buckingham Palace e Clarence House, lasciandolo lì per tutta la durata delle cerimonie funebri.

Oltre che in occasione dei decessi, il cerimoniale poteva svolgersi, sebbene con toni meno mesti, anche per eventi lieti riguardanti la famiglia dell’apicoltore. In varie zone d’Europa si usava “presentare” formalmente alle api la sposa novella o il neonato, portandoli di fronte alle arnie e magari offrendo alle api un dolcetto per festeggiare. Si credeva che ciò portasse fortuna e assicurasse l’accettazione del cambiamento: ad esempio, non introdurre la nuova moglie alle api del marito poteva provocare discordie nel matrimonio nascente. In Svizzera e in Bretagna, come detto, si legavano drappi di stoffa di colore allegro (rosso vivo) agli alveari per annunciare la nascita di un bambino sano. Allo stesso modo, persino partenze e ritorni dopo lunghi viaggi andavano comunicati: in Westfalia c’era il detto che bisognava salutare le api prima di partire per un viaggio lungo, altrimenti gli sciami ne avrebbero risentito, e si racconta il caso di un soldato che, partito per la guerra senza congedarsi dalle sue api, al ritorno trovò gli alveari spopolati.

Ma cosa succedeva se ci si dimenticava di questo bizzarro dovere? Praticamente tutte le versioni della credenza parlano di conseguenze nefaste. In Inghilterra si diceva che le api non informate di un lutto avrebbero smesso di fare miele, si sarebbero ammalate o addirittura sarebbero volate via dall’alveare per non farvi più ritorno. Un aneddoto raccolto nel Norfolk racconta di una famiglia che aveva comprato a un’asta le arnie appartenute a un contadino defunto: le api, non essendo state “messe a lutto per il loro padrone”, languivano malate e non volevano produrre; i nuovi proprietari risolsero la situazione attaccando un pezzetto di crespo nero a un bastoncino conficcato nell’arnia, dopodiché le api miracolosamente si ripresero, “risultato immediatamente attribuito al fatto di averle infine vestite a lutto”. In Germania la superstizione era espressa chiaramente: se non si svegliano le api per annunciare la morte del loro padrone, esse “moriranno insieme a lui”. Inoltre, una credenza diffusa avvertiva che anche il nuovo proprietario degli alveari sarebbe andato incontro a disgrazie (financo alla morte) se ereditando le api non ne avesse rispettato la sensibilità. Insomma, per il buon esito dell’attività apistica e la serenità domestica era meglio non rischiare: le api dovevano essere sempre tenute al corrente di tutto.

Riflessioni moderne e revival eco-spirituale

“Bee Friend” (L’amico delle api), dipinto di Hans Thoma (1863).
“Bee Friend” (L’amico delle api), dipinto di Hans Thoma (1863).

Nel corso del Novecento la pratica di “dire le notizie alle api” è andata affievolendosi con la scomparsa della civiltà rurale tradizionale. Molti commentatori già nell’Ottocento predicevano che questi rituali fossero destinati a morire con l’avanzare dell’istruzione e della scienza; e in effetti nel XX secolo si trattava perlopiù di sopravvivenze folcloriche qua e là nelle campagne. Tuttavia, contrariamente alle aspettative, il costume non è scomparso del tutto. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti e altrove sopravvive come curiosa tradizione mantenuta da alcuni apicoltori per devozione o buon augurio, più che per reale superstizione. Ad esempio, ancora oggi alcune associazioni di apicoltori annunciano simbolicamente ai propri soci la morte di un collega come se dovessero “informare anche le api”, un modo poetico per onorare l’apicoltore scomparso e riconoscere l’importanza affettiva che gli alveari avevano per lui. Lo stesso John Chapple, il guardiano delle arnie reali della regina Elisabetta II, ha dichiarato nel 2022 che il suo gesto di comunicare ufficialmente la morte della sovrana alle api fu eseguito “non per superstizione, ma come segno di rispetto” verso la defunta e verso le api stesse.

Parallelamente, negli ultimi decenni si è assistito a un rinnovato interesse eco-spirituale verso la simbologia delle api e i rituali ad essa connessi. Movimenti ispirati al paganesimo moderno, all’ambientalismo spirituale e all’agricoltura biodinamica hanno “rispolverato” la pratica di Telling the Bees come metafora di un rapporto più armonioso tra l’uomo e la natura. In questa prospettiva contemporanea, “parlare con le api” viene visto come un atto di riconnessione con il ciclo della vita: un modo per riconoscere che gli animali e la natura partecipano in qualche modo alle nostre vicende e meritano la nostra cura e considerazione. Numerosi articoli, saggi e perfino opere artistiche recenti richiamano questa tradizione, dal romanzo Go Tell the Bees that I Am Gone (2021) della scrittrice Diana Gabaldon, fino a canzoni e documentari che celebrano le api come simbolo di saggezza naturale e cooperazione. In Italia, dove pure la pratica era conosciuta almeno in alcune aree alpine per contatto con la tradizione d’oltralpe, oggi è soprattutto sulle riviste e community appassionate di folklore e antiche religiosità che si torna a parlare di “dire alle api” in chiave mistica, come di un piccolo rituale intimo da compiere per sentirsi in pace con la natura e onorare la memoria dei propri cari.

Va sottolineato che, al di là degli aspetti spirituali, questa usanza rifletteva anche una profonda sapienza pratica. Il legame tra l’apicoltore e le sue api è effettivamente delicato: le api sono animali sociali che reagiscono allo stress e alle modifiche nell’ambiente. Nelle società tradizionali, l’atto di recarsi alle arnie e “parlare” poteva servire ad evitare trascuratezze: spesso alla morte di un anziano apicoltore le sue arnie venivano abbandonate o mal gestite dagli eredi, e ciò causava davvero il deperimento degli alveari. Non stupisce quindi che nascesse l’osservazione, trasposta poi in mito, che “le api piangono il loro padrone” o addirittura lo seguono nella tomba. Come spesso nel folklore contadino, un nucleo di verità concreta è rivestito di simboli poetici: informare le api significava in definitiva non dimenticarsi di loro nei momenti di cambiamento, continuare a prendersene cura con attenzione e sensibilità. In questo senso, la recente riscoperta del “telling the bees” come gesto ecologico e spirituale appare quanto mai appropriata: ci ricorda l’importanza di includere il mondo naturale nella nostra cerchia affettiva, riconoscendo alle altre forme di vita una dignità e una partecipazione al nostro destino.

La tradizione del “dire alle api” si presenta come un ricco intreccio di folklore, poesia e simbologia. Dall’Inghilterra vittoriana alla Bretagna celtica, dalle Alpi tedesche alle campagne americane, generazioni di apicoltori hanno compiuto questo piccolo rito convinti che il benessere delle proprie api fosse intimamente legato alla sorte della famiglia. Oggi, pur liberata dalla credenza superstiziosa, questa usanza continua ad affascinare perché ci parla di un tempo in cui l’uomo viveva in simbiosi con il suo ambiente naturale, attribuendo ad ogni creatura, anche alle umili api dell’alveare, un ruolo nel grande ciclo della vita e della morte.

Bibliografia commentata (fonti disponibili online)

  • C. F. Gambier Jenyns, A Book about Bees (Londra 1886) – Manuale ottocentesco di apicoltura per ragazzi; al capitolo 11 l’autore (un pastore anglicano) descrive l’usanza di “tendere un pezzo di stoffa nera sulle arnie e annunciare a mezzanotte la morte del padrone”. Testo integrale: archive.org .

  • John G. Whittier, Telling the Bees (poesia, 1858) – Poemetto sentimentale ispirato a un episodio reale, in cui un giovane assiste al rito della servetta che veste a lutto le arnie dopo la morte della padroncina Mary. Whittier aggiunse una nota sulle origini folkloriche del tema. Testo: Poetry Foundation .

  • Samuel Adams Drake, New England Legends and Folk Lore (Boston 1901) – Raccolta di leggende del New England. Il capitolo “Telling the Bees” include una descrizione dettagliata del rituale (la “buona moglie” che appende un drappo nero all’alveare cantilenando un motivo mesto) e vari esempi da Inghilterra, Germania e America. Testo integrale: archive.org.

  • Notes and Queries, vol. V n.120 (14 feb 1852), p.148 – Breve lettera firmata da William Collyns che attesta il costume nel Devon: “la superstizione riguardante le api è comune tra i piccoli fattori… Conoscevo un garzone mandato indietro dal corteo funebre dalla governante per dirlo alle api, poiché ci si era dimenticati”. Testo online: Project Gutenberg #40743 .

  • Folklore Society (Gran Bretagna) – Vari articoli sulla rivista Folk-Lore fine ’800 riportano esempi regionali: es. W. Forsyth, “Bee Superstitions” (Folk-Lore Journal VI, 1888) cita il rito a Dornoch, Scozia. In Bretagna, Paul Sébillot in Traditions de la Haute-Bretagne (1886) menziona che “quando moriva il capofamiglia bisognava battere sull’arnia per svegliare le api, altrimenti sarebbero morte assieme a lui”.

  • Božena Němcová, Babička (La nonna), 1855 – Classico della letteratura ceca, ambientato in un villaggio boemo. Nell’ultimo capitolo la nonna protagonista raccomanda ai familiari di ricordarsi di avvisare le api quando lei morirà, sennò negli alveari accadrà una disgrazia. Edizione italiana: Mondadori, 1984 (trad. M. Cruzeiro).

  • Margaret Warner Morley, The Honey-Makers (Chicago 1899) – Saggio ottocentesco sul mondo delle api, con intero capitolo dedicato al folklore apistico. L’autrice raccoglie diversi casi di Telling the Bees in Inghilterra, Germania e USA e riflette sulle possibili origini celtiche del culto delle api.

  • Hilda M. Ransome, The Sacred Bee (Londra 1937) – Studio sulle api nelle religioni e tradizioni popolari. Capitoli ricchi di riferimenti: dall’ape nell’antico Egitto e a Creta, alle Melissai greche, fino ai proverbi europei. Esplora approfonditamente il ruolo di psicopompo dell’ape e cita anche l’usanza di annunciare i lutti agli alveari (connessa ai riti di morte celtici).

  • Juliette Cazes, “L’annonce de la mort aux abeilles” (Le Bizarreum, 2020) – Articolo divulgativo in francese sulle tradizioni funebri bretoni. L’autrice (tanatologa) descrive il rituale bretone delle api “messe a lutto” e le sue radici celtiche, con testimonianze orali raccolte in Bretagna fino al XX secolo.

  • Fabian Kalis, “The Queen is Dead – And Her Bees Are Mourning” (Barefoot Bees, 2022) – Resoconto giornalistico della morte della regina Elisabetta II e del rito compiuto dal suo apicoltore. Offre anche un riassunto storico della tradizione nel mondo anglosassone contemporaneo.

  • JSTOR Daily, “Telling the Bees” (2014) – Saggio online di A. Basu che indaga il significato culturale del rito, collegandolo alla poesia confessionale di Sylvia Plath e ad altri riferimenti letterari. Utile per capire la persistenza del tema nel immaginario fino al XX secolo.

(Tutte le fonti citate sono state verificate e sono accessibili in versione digitale.)